21 Feb Antonio Secci – Squarcio per uno spazio impossibile
di Ivo Serafino Fenu
“Squarcio per un possibile spazio” è la frase con la quale Antonio Secci ha definito la sua produzione più recente; tuttavia, più che un doveroso titolo esplicativo, sembrerebbe una sintetica dichiarazione programmatica, un’aspirazione verso un traguardo da raggiungere, un agognato e appagante approdo poetico e umano ancora di là da venire. E così quello di Secci continua a essere un approccio all’arte e alla vita tipicamente romantico, un romanticismo da intendersi nel senso più canonico del termine, ove “romantico” consiste in un inesausto cercare quello squarcio per un possibile altrove che, però, si avverte come “impossibile”. Tutto ciò, a dispetto di un’apparente classicità insita nella misurata ricerca formale e nella meditata prassi operativa che da sempre caratterizza la sua produzione artistica.
In quest’ottica l’artista può definirsi un pittore di paesaggio, di un paesaggio tutto interiore che attinge nel magma dell’inconscio e al quale, col rigore del fare e con la coscienza del progettare, cerca di porre argini e di strutturarne l’informe. Questa trascrizione assolutamente autoreferenziale e intimistica del paesaggio ha radici lontane, almeno da quando, giovanissimo, nella sua terra d’origine – una Sardegna amata e odiata, ora vista come prigione ora come non luogo o terra di ritorno per un rassicurante oblio –, ne osservava i paesaggi naturali trovando in essi fonte primaria di ispirazione. Già da allora era in atto tale processo di interiorizzazione se è vero quanto lo stesso Secci scriveva, ricordando quegli anni giovanili, in un catalogo del 1972 e ripreso nell’esaustivo testo critico di Maurizio Sciaccaluga in occasione dell’importante antologica dedicatagli dal MAN nel 1999: «Nel mio intento osservare scoprivo che in essa [nella natura] le forme usuali si modificavano in forme astratte e solo lentamente riuscivo a riabituarmi alla loro nuova immagine […]. Le sembianze sfocate della natura che io ricavavo non erano mai quelle reali, ma sembravano volute da un ordine metafisico, interno, essenziale delle cose».
Quello di Secci diviene da subito un tentativo di trasformare tali “sembianze” suggeritegli dalla natura circostante, e da lui percepite come astratte e organiche al contempo, in campi visivi circoscritti al fine di imporre loro un ritmo, una regola, in un processo necessario per conferire una struttura razionale alle sue dinamiche interiori. Un tentativo continuo di bonifica dell’irrazionale mediante la volontà ordinatrice di un artista intimamente romantico ma perennemente affascinato dalla “misura” classica, da intendersi, quest’ultima, in senso assolutamente contemporaneo e in linea con la più rigorosa ricerca astrattista e concretista.
Nelle sue opere il dualismo classico-romantico, traslato nel contesto della contemporaneità, trova sulla superficie della tela, soprattutto nell’ultima produzione, una sorta di momentanea e precaria ricomposizione, un equilibrio mai definitivo, da soppesare e riequilibrare di volta in volta, opera dopo opera, squarcio dopo squarcio.
Quel frammento di realtà interiore, quel paesaggio, diviene il “campo” del conflitto, il luogo del confronto e, soprattutto, dello scontro tra pulsioni opposte che però sono destinate a ricomporsi, sempre più spesso, in un forzato e assolutamente paritario equilibrio determinato, attualmente, dall’impossibilità di distinguere tra primo piano e fondo del quadro.
Precedentemente – e già dalle opere prodotte negli anni Settanta – lo scontro/confronto avveniva in modo dicotomico tra un segno guizzante, e a suo modo strutturante, e una materia carica di vibrazioni e netti contrasti cromatici per poi passare, una volta introdotta quella che si potrebbe definire “la poetica dello squarcio”, a un confronto sempre più violento tra le superfici, con la distinzione fra fondo e figura sempre netta e inequivocabile, seppure il segno avesse lasciato «al suo posto una lacerazione – una faglia – [segnando] quale sia stato esattamente il punto di tensione tra i blocchi, tra le reciproche volontà di sopraffazione» (M. Sciaccaluga).
Attraverso quegli insanabili squarci compariva il sostrato di un tessuto interno pulsante e vivo, un’interiorità destinata a rimanere sottotraccia, nascosta ma necessaria, e la stessa superficie, lacerata e sfilacciata, assumeva l’aspetto di una crosta non più capace di nascondere e/o di proteggere l’invisibile, come una corteccia ispessita dal processo evolutivo, lento e doloroso dell’esistenza quotidiana. Una condizione felicemente sintetizzata da Claudio Cerritelli nel 2001, per il quale le energie e le tensioni che confliggono sulle tele di Secci sono come «trame, tramature, tramiti, ma anche tremiti della materia, tremori di linee che inseguono aperture e spiragli, in eterna dialettica con la struttura della superficie» (Ziqqurat, n. 5, 2001).
Ora, le due polarità – talvolta la profondità della coscienza e la superficie dell’apparente, talaltra gli abissi dell’inconscio e la corazza dell’io – sono destinate o, verrebbe da dire, condannate, a essere entrambe figura e sfondo in un estenuante scambio di ruoli. Le campiture cromatiche, vibranti, perentorie, assolute e contrastanti, comprimarie e complementari, sempre più spesso si contendono il campo in modo assolutamente paritetico. Lungi da ogni regressione in chiave decorativa o in facili effetti di natura optical, si crea una tensione visiva spiazzante causata dal continuo alternarsi e dal mai fissarsi come definitivo rapporto tra fondo del quadro e immagine. L’ambiguità, però, non è visiva ma reale, le due superfici o, se si preferisce, i due sfondi o le due immagini, si elidono a vicenda nella loro funzione, incastrandosi sapientemente una nell’altra in un complesso gioco di sovrapposizioni e scivolamenti.
Quello che, apparentemente, parrebbe un finale di partita, una realtà conciliata tra le anzidette pulsioni interiori e le istanze razionali programmate e programmatiche, altro non è che una sospensione del conflitto, una pax necessaria per una realtà umana, artistica e politica che continua a essere fortemente oppositiva, in uno spazio esperenziale ed esistenziale destinato a rimanere per sempre e dolorosamente “impossibile”.