21 Feb Il fascino dell’arte di Antonio Secci
di Liz Jung
Quando si osservano per la prima volta le opere di Antonio Secci, si avverte un senso di soggezione immediata, difficile da spiegare. L’artista utilizza tutti i mezzi a sua disposizione per consentire allo spettatore di dialogare con l’opera: le notevoli dimensioni dei suoi lavori, così come i colori e le forme, sono tutti parte integrante del suo repertorio.
I colori parlano direttamente all’inconscio di chi osserva. Secondo lo psicanalista C. G. Jung, il colore blu è il colore della spiritualità, della mente. Il rosso, d’altro canto, è il colore dell’energia fisica e della passione. Il bianco è la sintesi di tutti i colori esistenti e contrasta fortemente sia il blu che il rosso. Ecco perché Secci mostra tanto interesse per i colori: non a causa del loro contenuto simbolico, ma in quanto strumenti di contrasto semplici ed estremamente efficaci. Secondo Secci, l’esistenza stessa senza contrasti sarebbe piuttosto noiosa.
Le sue opere sono cariche di una enorme tensione, percepibile sia nel punto di congiunzione di due colori sia ai margini dell’opera. Giunzioni morbide e tese al tempo stesso si creano quando il bianco si trasforma in blu o rosso, quando il blu si mescola al giallo in quegli strappi e lacerazioni che sono diventati una caratteristica dell’opera di Secci. Queste lacerazioni, che non si sviluppano mai in linea retta ma sempre a zig zag, rappresentano per l’artista la frammentazione della vita. In corrispondenza di queste giunzioni cromatiche fortemente contrastanti si erge e acquista volume una struttura positivo-negativa. Alla luce si possono osservare ombre in corrispondenza delle giunzioni. E talvolta anche delle modifiche nell’equilibrio di forze tra i punti di congiunzione dei due colori. Quale risalta e quale rimane sullo sfondo? I colori sono in equilibrio o uno dei due diventa più forte? Quesiti, dubbi che fanno parte del fascino dell’opera di Secci.
Ma la tensione ha anche un’altra scaturigine, proiettata verso l’esterno del quadro, “marginale” perché nasce laddove finisce l’opera, lungo i bordi. Proprio ai margini dei suoi lavori, infatti, l’artista lascia campo a una sorta di vuoto che genera naturalmente tensione in chi osserva imprigionato in un subdolo meccanismo psicologico. Davanti al vuoto dei quadri di Secci, l’osservatore elabora un’immagine mentale del proseguo dell’opera, che appare, infatti, come una porzione di qualcosa di più grande che esiste solamente nella mente del suo demiurgo. Chi osserva l’opera percepisce tutto questo nel proprio subconscio e necessariamente è portato, allora, a completare la parte mancante di ciò che l’artista gli pone davanti agli occhi. In tal senso, Antonio Secci fa affidamento sulla percezione dello spettatore, coinvolto e attratto da questo gioco in cui è parte attiva.
Da dove ha origine l’arte di Antonio Secci? Il blu di Secci ricorda in qualche modo il blu usato da Yves Klein (da cui il nome “International Klein Blue”), un colore che l’artista ha persino brevettato. Nel 1958, in una galleria d’arte parigina, un gruppo di modelle, dopo aver dipinto il proprio corpo con il colore “IKB”, si sono avvolte nella carta bianca imprimendovi le proprie forme positivo-negative. Nel corso di questa leggendaria performance dal titolo Il vuoto, Klein si è limitato a osservare senza fare assolutamente niente altro. È questo il tipo di contrasto che interessa Secci.
Secci usa un proprio colore blu, perché non è nel suo stile copiare gli altri artisti. I suoi occhi si illuminano di interesse solo nel sentire menzionare due nomi: Roberto Crippa e Lucio Fontana. Il primo è stato il suo maestro e carissimo amico, il secondo ha ispirato e influenzato il primo. Crippa e Fontana si incontrarono a Milano durante gli anni Cinquanta. Fontana era noto per i tagli che praticava sui suoi dipinti, Crippa era influenzato sia del Cubismo che dell’Automatismo surrealista. Fontana lo invitò a unirsi al movimento degli spazialisti. Verso la fine degli anni Sessanta, quando Secci arrivò a Milano dalla Sardegna, Roberto Crippa divenne il suo maestro.
L’incontro con Crippa e gli spazialisti provocarono in lui, racconta Secci, una seria crisi durante la quale continuava a chiedersi chi fosse il pazzo, lui o loro? L’artista, che fino a quel momento aveva giocato con le figure convenzionali, si rese conto che gli spazialisti cercavano di creare qualcosa di totalmente nuovo servendosi di un solo segno, un unico gesto, senza alcun compromesso. Questo era quanto lo stesso Secci voleva fare. Allora, furono proprio l’amicizia e l’affetto dei suoi due maestri, confida l’artista, a insegnargli a realizzare e comunicare le sue idee.
Dalla sua prima personale nel 1969, Antonio Secci ha continuato senza sosta il proprio lavoro in Italia e all’estero, sviluppando nel tempo uno stile personale e inconfondibile.