25 Feb L’uomo della montagna di Tilman Rothermel
Ho conosciuto Antonio Secci per caso, alcuni anni fa, mentre mi trovavo con la mia famiglia in vacanza in Sardegna. Era Pasqua, faceva terribilmente freddo, e abitavamo in una casa di campagna, che non era stata riscaldata per tutto l’inverno, senza legna da ardere.
Così, decidemmo di andare tutti insieme alla ricerca di legna nel bosco, come si conviene a una vera vacanza. Mi avviai per un sentiero sconosciuto, finché arrivai a un terreno privato. Improvvisamente, vidi davanti a me una grossa catasta di tronchi d’albero e, poco distante, un uomo che lavorava a un rifugio. Pensai di poter comprare un po’ di quella legna, tuttavia non conoscevo una parola di italiano, così dovetti chiamare mia moglie e chiederle di condurre lei la trattativa dell’acquisto. Ma l’uomo indaffarato al rifugio, alla nostra richiesta rispose gentilmente con un sorriso impenetrabile: «Potete prendere tutta la legna di cui avete bisogno, ve la regalo: io sono il re della montagna!». Ora, visto che lui era il re della montagna, che ci aveva regalato la legna e dato anche un’accetta e dei cunei per tagliare i pezzi più grandi, ci intrattenemmo a parlare insieme ancora un po’. Eravamo curiosi di sapere cosa facesse lui in montagna, che tipo di lavoro svolgesse al rifugio. Allora l’uomo ci mostrò, con orgoglio, una casa piccolissima, meravigliosa, quasi del tutto rinnovata, che aveva intenzione di affittare come foresteria, assolutamente idilliaca e fatta apposta per maniaci della solitudine e del paesaggio. Quell’uomo gentile, che più tardi si sarebbe rivelato un pittore, si chiamava Antonio Secci. Il nostro incontro fu quindi un fatto casuale. Ci demmo appuntamento il giorno dopo nel suo atelier a Cala Gonone. Per prudenza portai con me anche il mio computer portatile, sul quale avevo salvato alcuni dei miei quadri. Il suo atelier era una piccola stanza lunga, con arredi essenziali: da un lato diversi sofà allineati uno accanto all’altro come nella metropolitana londinese, di fronte, proprio davanti a noi, una grande scrivania marrone, la scrivania di Secci. Alle sue spalle campeggiavano molti poster di mostre e le pareti erano completamente tappezzate dei suoi quadri. Libuse, mia moglie, conversava in modo incantevole con Antonio, mentre io osservavo assecondando le mie vibrazioni. Il nostro primo approccio fu in qualche modo dominato dalla timidezza. Avevo davanti un uomo molto simpatico, il viso segnato dal tempo e illuminato dagli occhi sorridenti. Era seduto lì, intento a tagliuzzare piccoli pezzi di filo di nylon che incollava con dei frammenti di carta sulla superficie portante del quadro a cui lui stava lavorando. Ci offrì un bicchiere di mirto, tipico liquore della regione. Malgrado la nostra conversazione dovesse fare i conti con la lingua diversa, riuscimmo a stabilire un contatto superiore, una comunicazione che nasceva da “affinità” che rendevano il nostro dialogo facile e chiaro. Accadde allora quello che succede qualche volta, e cioè che pur non comprendendo la lingua, si capisce tutto senza difficoltà. Ecco, questa è stata l’atmosfera del nostro primo incontro.
Quando si conosce qualcosa di un artista, quando è possibile farsi un’idea, seppur ancora frammentaria, del suo ambiente, spesso è possibile guardare ai quadri in modo totalmente diverso. Le vicende biografiche, e anche il contesto, sono estremamente importanti al fine di avvicinarsi alle opere, a volte sono più importanti delle stesse correlazioni artistico-storiche.
Un artista è una persona che da qualche parte, ai margini di una evoluzione culturale, fruga e va oltre per scoprire come questo margine si lascia ampliare o per lo meno forgiare. Da un artista ci si aspetta sempre l’innovazione, la sua posizione personale, l’unicità. E quando poi si è arrivati a ciò, paradossalmente, la prima intenzione di colui che osserva è di collocarlo in uno dei vari riferimenti storico-culturali, di privarlo della sua unicità appunto, se ve ne è solo una, e di metterlo nel calderone del culturalmente affermato e legittimato. Una operazione, questa, di primaria importanza soprattutto per gli acquirenti di opere d’arte. Tuttavia, per colui che si limita a osservare, l’arte contemporanea rimane sempre l’impresa temeraria della “propria” compenetrazione sensoriale e intellettuale, in qualche modo legata a ciò che egli vede, alla sua “propria posizione”. In questa situazione, valgono assai poco le parole dei critici d’arte, chi osserva deve fare da solo. Infatti, il critico può indicare delle linee guida, può mettere in discussione le varie posizioni, ma colui che osserva deve, nella confusione delle interpretazioni contrastanti, trovare la propria via, quella a lui più adeguata. A tale scopo gli sono indispensabili due cose: la conoscenza dell’autore e dell’opera. E i quadri di Antonio Secci sono opere ruvide, cariche di energia straordinariamente intensa, caratterizzate da un materiale aspro e ispido, da una relazione, quasi fastidiosa, con il colore. Difficilmente questi lavori si apprezzano a primo impatto, bisogna darsi tempo, osservarli lentamente, e forse, a questo proposito, la mia visione può essere utile. In primo luogo vediamo colore, superfici ben delineate, piani che si inarcano e si sovrappongono, bordi ispidi, impetuosi, caratteristici; sotto ecco aprirsi crepe, spazi. La quasi ostentata colorazione e allo stesso tempo la spazialità dei quadri, vengono intensificate attraverso le cornici. A un primo sguardo, sembra che i quadri siano realizzati tutti seguendo la stessa regola: una base sulla quale si adagia un secondo piano che, attraverso dei solchi, si inarca in rilievo; questi due piani cozzano l’uno contro l’altro e, dove un piano si inarca verso l’alto, l’altro rimane con il fondo legato, creando quasi un effetto altalena. Là, dove si giunge al punto più basso, vi è qualcosa simile a un nodo, una piccola lotta dei piani che si ribellano. A un secondo sguardo poi si riconoscono, in particolar modo osservando la struttura dei bordi e delle superfici, numerose variazioni. I piani sono in parte strutturati in modo molto semplice, formati da piccoli elementi e poi nuovamente presentano fenditure o fibre che sottolineano, in modo più o meno folto, ovunque i bordi. E poi anche le forme. In ogni quadro ci colgono di sorpresa sempre nuove invenzioni: ore le forme sono piuttosto statiche, poi piuttosto dinamiche, le une ammucchiate sulle altre; a volte calma, poi di nuovo tempesta. Pensare alla veemenza formale e cromatica dei futuristi, e accostarci a Secci in quest’ottica, lascia aperti numerosi interrogativi. Certamente Antonio Secci, come ogni artista, ha nel proprio retroterra culturale tutta la storia dell’arte, e in particolare quella della sua nazione. L’associazione al futurismo potrebbe essere forse utile se si pensa al concetto, esigenza centrale del movimento, di simultaneità e di figura in movimento. Quando ci si pone davanti a un quadro, è necessario di norma disporre di informazioni biografiche, di storia contemporanea, nelle quali si collocano anche le vicende esistenziali e le peculiarità culturali, che il quadro in sé non offre. In tal senso si inserisce anche il rapporto con Lucio Fontana. Antonio Secci ha studiato presso di lui, e gli spazi di Fontana nel quadro, i suoi “concetti spaziali”, hanno esercitato sicuramente una grossa influenza su Secci. Gli italiani definiscono “spazialismo”quest’arte che Fontana, insieme a Severelli e Roberto Crippa, ha creato nel 1951. Essi volevano estrapolare l’immagine della sua bidimensionalità, per arrivare tuttavia a un qualcosa di diverso dal rilievo, qualcosa che si avvicina alla massiccia plasticità: una trascendenza dello spazio, uno spazio che si presagisce, ma che non si rivela e non si può trovare a tastoni. In modo diverso lo esprime Karin Thoma, che utilizza l’idea della “materializzazione del piano”. È solo uno spazio mentale quello che lo “spazialismo” rappresenta. Secci quindi ha vissuto a stretto contatto con Fontana e Crippa, col quale collabora in modo intensivo fino alla sua morte, nel 1972.
E allora, quando Secci definisce le sue opere “per un possibile spazio”, non siamo forse molto distanti da questa origine. Fontana, che a sua volta ha dato a quasi tutti i suoi quadri lo stesso titolo, taglia, apporta delle fessure sulla tela, con un’azione gestuale mette in discussione la ferrea regolarità della bidimensionalità della tavola, mentre Secci “crea”, mette insieme uno spazio formato da molti, innumerevoli pezzi di mosaico a forma di collage, dispone a strati delle superfici che formano dei nuovi spazi. Egli esegue degli squarci che in realtà non sono squarci, poiché nulla è stato strappato. Sono realizzazioni che producono un paradosso, e il paradosso è inoltre argomentato dalla definizione completa di questa serie di opere: “Squarci per un possibile spazio”. Quando si strappa qualcosa, non si producono normalmente degli spazi; se si strappa un foglio di carta, o un pezzo di tessuto, si prende atto che è stato eliminato. È però anche possibile aprire strappando qualcosa, ad esempio una scatola, la carta di un regalo viene lacerata, per conoscerne il contenuto. È anche possibile abbattere i muri, divellere gli steccati, creando sempre nuove possibilità di comunicazione, di incontro, o semplicemente la schiettezza, l’apertura in sé, lo spazio come stato, come esperienza. La vita stessa dell’umanità non è altro che muoversi in spazi sempre nuovi. Al fine di giungere fino a ciò, sono sempre necessarie delle transizioni: qualcosa deve finire, qualcosa di nuovo inizia. Un nuovo spazio sorge dall’azione. Ed ogni volta è uno squarcio, una rottura, l’esperienza dello stacco nello spazio nel quale ci si è mossi fino a ora e alla quale ci si affezionati. Questi squarci possono essere dolorosi, qualche volta debbono essere consapevolmente causati, ci si deve staccare da una routine che probabilmente ci è divenuta cara, che si compone di tanti piccoli elementi, che può forse essere tranquilla, forse anche aspra e rude.
I piani delle opere di Secci mi ricordano qualcosa di simile ai piani intesi come spazi di azione del presente, sui quali tracciare una riga sopra nel punto esatto dove deve cominciare qualcosa di nuovo di cui non si può ancora presagire nulla, neppure dove ci condurrà. “Squarci per un possibile spazio”: no, Secci non è uno “spazialista”, anche se egli ha collaborato con Fontana, anche se le sue radici artistiche sono lì. Questi quadri, che sono così bruschi e aspri, comunicano, semplicemente, un piccolo pezzo di verità sulla vita, che è anche, naturalmente, la verità della sua realtà di vita della Sardegna. E chi conosce la Sardegna sa quanto questa terra sia brusca e aspra, e tuttavia ospitale, quanto sia infinitamente dolce e infinitamente spinosa. Secci possiede un grande appezzamento di terreno in montagna, non lontano da Cala Gonone, dove ha una casa, due mucche, maiali, campi grandi e piccoli, moltissimi alberi: albicocchi, mandorli; insomma, tutto ciò che, di solito, può essere solo sognato. Ogni mattino lui si reca sul posto e lavora questi ettari di terreno. Qui possiede ancora una seconda casa che, come ho già raccontato, si trova vicino alla catasta di legna da ardere. Di pomeriggio invece si cambia scena: nel suo atelier, Secci contadino, giardiniere, uomo profondamente legato alla natura, lavora a incollare pezzettino dopo pezzettino questi materiali. Un lavoro anche monotono, che richiede tempo e che lascia il tempo per la mediazione e riflessione. Un modo per ritagliarsi uno spazio? Secci è forse un utopista: sa quanto il corso della giornata, la vita stessa, è o, per lo meno, può essere grigia e spigolosa per l’uomo; ecco che allora contrappone a questa condizione uno spazio totalmente segreto, che va plasmato e del quale in primo luogo vanno costruiti i limiti per poterli, poi, strappare. Vi è tuttavia ancora qualcosa di importante a questo riguardo: il repentino cambio della realtà della vita di Secci in quanto artista e in quanto re della montagna. Un dualismo, questo, segnalato nei suoi quadri attraverso forti rotture. Chi ogni giorno trascorre molte ore nella solitudine della natura, di una natura oltremodo gigantesca, cosa che noi non possiamo immaginare possibile a Brema, impara a pensare diversamente. Il lavoro nelle aiuole, nei campi, con gli animali, osservare il ciclo della vegetazione che si ripete senza sosta, coltivare la verdura, raccogliere i frutti rigogliosi in estate e in autunno, vedere la sterilità del terreno bruciato dal troppo calore e, quando arriva il freddo, dal gelo, sono momenti di vita che si riproducono a un ritmo infinito che però, pur con tutte le sue sfumature, rimane sempre uguale a se stesso. Ancora una volta, guardiamo da questa prospettiva i quadri: Secci distingue rigorosamente, e con una fermezza quasi incredibile, tra il suo mondo della natura e il suo mondo dell’arte. Ciò viene reso evidente dal fatto che il verde onnipresente della vegetazione sarda manca del tutto nei suoi quadri. Tuttavia, l’immensità della natura emerge nelle strutture dei suoi quadri, che hanno un effetto quasi ornamentale, sempre nuovamente la stessa tecnica racchiusa in una forma astratta che continua a vivere al di là dei margini del quadro. La stratificazione ottenuta attraverso il metodo di lavoro del collage di piani vitali formati da migliaia di frammenti, la profondità delle basi che sono sovrapposte, possono forse rappresentare l’idea di un terreno fertile, di un humus con sempre nuovi, duri, sovrapposti componenti di una natura che continuamente si dissolve, pronta a fondersi con l’humus sottostante. E poi la vegetazione germogliante: nessun terreno è così duro da non permettere alla piantina da poco germinata di farsi strada, di spaccare il terreno e spuntare all’improvviso in superficie: il terreno viene aperto per fare in modo che venga alla luce il nuovo, la nuova vita. È la forza della natura, capace di crearsi sempre uno spazio rinnovato, anche quando l’uomo, con il suo mondo artificiale, vuole sempre e di nuovo ostruirle la strada. Secci realizza qui un’arte davvero astratta: niente di astruso però, come di norma è inteso questo concetto, ma, al contrario, tutti fatti assolutamente naturali, realtà elementari rese in una forma che di illustrabile non ha più nulla, ma che rende esplicita in modo netto la costante esistenziale dell’umanità nella chiarezza del segno artistico.
Un’ultima annotazione. In alcuni artisti, molte opere, che all’inizio appaiono luminose e splendide, rapidamente declinano nella mediocrità; i lavori di Secci invece, che a primo impatto sembrano quasi non aver nulla da comunicare, quando si scava in profondità iniziano a crescere e diventano sempre più radiosi e splendenti.